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Elogio della politica e del Pvc
Luigi Manconi su l’Unità commenta l’intervento di Bersani ad Annozero

Pvc (sigla di PoliVinilCloruro) s.m. (chimica): Polivinilcloruro
Dal vocabolario della lingua italiana, Zanichelli 2009

È ormai passata una settimana, ma i tempi di questa rubrica mi consentono di riprendere solo ora la vicenda che ha avuto come protagonista Pierluigi Bersani nel corso di “Anno zero” del 28 aprile. In effetti, è stato un grande momento di televisione (come Michele Santoro è in grado di offrire), ma anche l’efficacissima esemplificazione di un importante paradigma politico. Una premessa è, purtroppo, d’obbligo, in tempi così sospettosi e sospettabili: non sono amico di Bersani, non lo sento da mesi e mesi, e non saprei dire se sono o meno un “bersaniano”. Eppure penso che quel suo intervento costituisca in qualche modo una lezione di politica che va oltre i perimetri delle appartenenze partitiche e, peggio mi sento, correntizie.

Mentre a Bersani veniva rimproverata una sorta di estraneità alle condizioni e alle domande delle fasce più deboli della società, la regia inquadrava il suo volto e già questo era uno spettacolo degno di nota: non un movimento di muscolo, non un cenno di nervosismo, non un tic. Una sorta di placida sicurezza, spinta fino all’indifferenza. Ma non ostentata, bensì trattenuta: come di chi sa che è suo dovere stare ad ascoltare qualunque enormità (iniquità o amenità) venga detta. (Poi il segretario del Pd ha un altro problema, ed è la sua linea d’abbigliamento: una monocromaticità marron, come in una canzone di Paolo Conte). Quindi la risposta, scandita da una sorta di “refrain”, pazientemente reiterato: che cos’è il Pvc? E l’elencazione, con tono medio e senza enfasi, di una serie di situazioni che hanno visto il Pd tutelare – come consentito dai rapporti di forza – i diritti dei lavoratori.

Ora, sia chiaro: il Pd è criticabilissimo, anche su questo piano e nonostante Bersani abbia fatto della tutela del lavoro il suo primo punto programmatico. E poi Bersani non è l’intero partito e larga parte di questo non si interessa di cassa integrazione e disoccupazione e, forse, non si interessa di alcunché. Ma l’intervento di Bersani ha assunto lì un altro significato. Ho avuto la sensazione, a quel punto, che si fosse esaurita un’intera fase e forma della critica politica in Italia. Ovvero quella critica tutta o prevalentemente fondata, riguardo ai rapporti con l’avversario, su contestazioni di tipo agonistico (opposizione forte o debole) o moralistico (“inciucio” è il termine più scemo e triviale dell’intero lessico politico); o concentrata sul piano della comunicazione (parlare chiaro al paese) o delle relazioni sociali (bisogna rivolgersi alle partite Iva e non agli impiegati pubblici; ai precari e non ai garantiti).

Questi argomenti critici possono avere un loro (anche robusto) fondamento ma sono destinati a restare tutti interni al circuito mediatico. Autoreferenziali e, perciò, vani. Insomma, l’accusa al Pd di essere “radicato nei salotti” (Marco Travaglio), se rivolta da un “salotto” televisivo (pur eccellente) come “Anno zero” risulta, oltre che comica, priva di qualunque autorevolezza. Ovvero di qualunque relazione con una base materiale di vita e di esperienza. Ed è proprio qui che Bersani ha trovato modo di piazzare il colpo giusto: «che cos’è il Pvc?» (quasi una versione piacentina del brechtiano «parliamo dei rapporti di produzione»). È come se si fosse rivelata, in quel momento, la vacuità e la vanità di un certo messaggio televisivo: e non in rapporto alla sua efficacia o alla sua forza di suggestione (comunque altissime), bensì alla sua capacità di essere specchio e rappresentazione fedele della vita reale. La distanza, certo amplissima, tra cittadini e classe politica non è maggiore di quella tra cittadini e comunicazione televisiva. Quest’ultima, e provvidenzialmente, funge tutt’ora da megafono, amplifica e proietta le voci, ma non dà, appunto, alcuna percezione reale del Pvc: e soprattutto non arriva, non può arrivare, a far sì che il Pvc entri nella sfera pubblica, diventi sostanza della politica e materia del conflitto.

Per fare questo, ci vogliono uomini in carne e ossa, che difficilmente vanno in televisione. La televisione può fare molte e utilissime cose – può impedire che la vicenda dell’isola dei cassintegrati venga rimossa – ma non può “fare la politica”. Pena, un esito ridicolo o velleitario (e, più spesso, le due cose insieme). Capisco bene che questa mia possa sembrare una sorta di perorazione retorica a favore dell’autenticità della politica, ma un dato è certo: dell’altra politica, quella inautentica e mediatizzata, il meno che si possa dire è che non fa per noi. Lì davvero vincono sempre gli altri.


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