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Articolo di Romano Prodi sul Messaggero del 31 dicembre 2009

Pur cercando di accumulare elementi di speranza e segni positivi per il futuro, quando analizziamo i dati dell’economia di oggi, diventa difficile peccare di ottimismo. La crisi si nutre ancora di crude cifre, mentre la ripresa vive di indizi e di ipotesi. L’ultimo dato ci viene fornito dalla Banca d’Italia che, in uno studio sull’industria manifatturiera, scrive che la produzione del secondo trimestre di quest’anno è ritornata al livello di cento trimestri fa, cioè al livello del 1984. E nemmeno possiamo consolarci con il “mal comune mezzo gaudio”, perché il calo corrispondente della Germania è di 13 trimestri e quello della Francia di 12.

Questo dato stupefacente trova la sua spiegazione in una minore crescita precedente della nostra industria ma, soprattutto, in un più forte crollo della produzione nella presente crisi. E trova un’ulteriore ragione nelle difficoltà dei mercati internazionali verso i quali siamo forti esportatori. E’tuttavia difficile trovare spiegazioni esaurienti senza fare riferimento a una caduta del tasso di innovazione e della capacità di generare nuovi prodotti da parte delle nostre imprese.

Se dalla manifattura passiamo agli altri campi dell’economia, gli elementi di preoccupazione e di disagio non sono minori. I precariati vari e i contratti a termine non riassorbono alla loro scadenza i lavoratori, che sono così tranquillamente espulsi dal mondo del lavoro. E si tratta di cifre davvero cospicue se solo nella scuola la diminuzione netta è di oltre centomila dipendenti.

Questo cumulo di dati negativi avrebbe in altri tempi scatenato tensioni e rivolte. Oggi invece, con maggiore maturità e realismo, nessuno pensa che ribellioni violente possano porre rimedio alla presente pessima situazione.

Questo è forse un segno di maturità, ma certo un grande segno di pazienza degli italiani. La pazienza è una virtù positiva ma è una virtù individuale, mentre questa crisi esige soluzioni capaci di cambiare e innovare l’intera società. Esige un disegno collettivo. Credo che questo sia l’unico motivo per cui si debba parlare di riforme. Riforme che soprattutto possano rompere la frammentazione della nostra società. Una frammentazione per cui né i sindacati, né le associazioni dei produttori, né il governo hanno più la capacità di affrontare gli interessi collettivi. Se andiamo in cerca di una pazienza finalizzata alle riforme, non possiamo più partire da problemi che interessano singole categorie o singole persone. Dobbiamo partire dalle grandi riforme di cui il paese ha bisogno. E cioè dal mercato del lavoro (e quindi ritornando sul grande problema della differenza fra il costo del lavoro e quanto il lavoratore percepisce). E poi dalla scuola, dall’università e dalla ricerca (riguardo alle quali le riforme in corso sembrano un oggettivo passo indietro) e, infine, dall’ambiente e dalla drammatica qualità della vita di molte delle nostre città, soprattutto nel mezzogiorno.

Il dibattito sulle riforme si sta dirigendo invece verso altre direzioni, verso cambiamenti istituzionali rivolti soprattutto a garantire un futuro ai partiti politici, anch’essi, come i sindacati, fortemente indeboliti dalla propria incapacità di affrontare i problemi collettivi della crisi.

In una fase così delicata della nostra vita politica, se vogliamo passare da una pazienza rassegnata dei singoli ad una pazienza finalizzata a riforme utili a tutti, bisogna ridare al cittadino la capacità di contare non soltanto nella vita quotidiana dei partiti (che di vita quotidiana ne hanno sempre meno) quanto nel momento in cui più si esprime la sua forza e cioè il momento del voto.

Ed è certo che la massima influenza si esprime con il sistema uninominale di collegio, in cui ognuno sa per chi vota, lo fa in modo diretto e senza mediazioni e obbliga i partiti che non vogliono perdere, a scegliere candidati che aggiungano forza alla loro debolezza.

Uscire dalla lunga crisi dei cento trimestri significa quindi proporre ed approfondire il dibattito sulle riforme che interessano noi tutti, che sono capaci di dare ai giovani un nuova speranza e che sono in grado di rimettere l’Italia al passo di chi sta correndo. E, infine, di dare al cittadino la possibilità di scegliere i rappresentanti politici in grado di accettare e vincere questa sfida.

Questa è il grande compito di fronte a cui si trova l’Italia all’inizio del 2010. Se lo si affronta in modo aperto e chiaro si può anche risalire la china. Se si continua a fare finta di vivere nel migliore dei mondi possibili la discesa non potrà che trasformarsi in un precipizio.

Come dice un proverbio popolare anche la pazienza ha un limite. Fortunatamente al di là di questo limite non vi è oggi un rischio di ribellione violenta, ma solo la certezza di una rassegnazione collettiva.

Dedichiamo quindi il prossimo anno ad evitare che la sempre più diffusa rassegnazione ci renda incapaci di produrre nella nostra società i cambiamenti di cui abbiamo bisogno.

Romano Prodi


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